20eventi

Arte contemporanea in Sabina

Laurence Wiesen_Autodérision

Per il quarto anno della manifestazione  20 eventi – Arte contemporanea in Sabina è prevista la collaborazione con gli studenti delle accademie artistiche belgiche di Anversa e Liegi.

Friedrich - Viandante sul mare di nebbia, 1818

Friedrich - Viandante sul mare di nebbia, 1818

 

Dalla Ecole supérieure des arts Saint- Luc di Liegi proviene Laurence Wiesen, giovane artista ventunenne che parteciperà con l’istallazione intitolata Autodérision

Laurence è un’artista eclettica, i suoi riferimenti artistici sono infatti vasti: da Friedrich all’Art Nouveau, alla natura, alla sua infanzia; praticamente tutte le esperienze diventano materiale da cui attingere per fare arte in quanto, come dice lei stessa, l’arte non è solo una passione o una professione bensì uno stile di vita.

Art Nouveau - Horta, 1898

Art Nouveau - Horta, 1898

Attraverso il suo lavoro d’artista Laurence vuol rivendicare la sua libertà di creatrice, per questo si considera un’ artista pluridisciplinare, senza limiti di tecniche e di concetti. 

Per 20eventi Laurence Wiesen si cimenta nella tecnica dell’istallazione proponendo l’opera Autodérision. Questa sarà composta da una serie di automobiline giocattolo incolonnate sul pavimento e incollate sui muri con del silicone come una fila di formiche. Le automobiline sono di tutti i colori a simboleggiare la multiculturalità della società contemporanea. Con questo lavoro Laurence vuol comunicare sia con i bambini sia con gli adulti. I bambini parteciperanno attvamente al compimento dell’opera, rispettando in questo modo la concezione di 20eventi che prevede una collaborazione tra artisti e abitanti dei vari paesi della Sabina. Per gli adulti, nello stesso tempo, l’opera propone una riflessione fortemente critica sulla società contemporanea, caratterizzata dal sovrappopolamento e da un inarrestabile inquinamento che sta portando alla distruzione della terra stessa in cui viviamo. Laurence ci vede come una colonia di formiche ligie al dovere, come degli automi, ma cieche verso tutti gli effetti disastrosi del nostro vivere sconsiderato. Tutto ciò lo fa con una forte componente ironica testimoniata dal gioco di parole del titolo dove si fa riferimento alle automobiline con cui è realizzata l’opera ma soprattutto alla derisione di noi stessi in quanto specie più intelligente che poche volte dimostra di esserlo.

Diego Marchi

Laurence Wiesen - Project for Autodérision

Laurence Wiesen - Project for Autodérision

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May 15, 2009 Posted by | 20 eventi, Critica - Gli artisti e le loro opere | , , , | Leave a comment

Nicolas Lalau_Une nouvelle peinture luminescente

Cronistoria di un’operazione fotografica

Riassumere sei giorni passati in Sabina non è un’impresa facile. Dovrei raccontare non solo questa esperienza da un punto di vista tecnico-critico ma dovrei necessariamente soffermarmi sulla sua importanza da un punto di vista umano; dovrei raccontarvi delle energie ininterrottamente profuse alla ricerca di luoghi in lungo e in largo per il territorio sabino e, in seguito, ricaricate dall’entusiasmo e dalla disponibilità dei ragazzi dell’Associazione Officina Creativa di Toffia, in primis Giordano, Claudia e Alessandro, che hanno gentilmente offerto a me e Nicolas due letti e due piatti caldi e, non per ultimo, un aiuto su cui contare davvero.

La mia esperienza con Nicolas Lalau è iniziata con una mail in cui gli chiedevo di scrivermi un po’ del suo lavoro, e con una risposta lunga e puntuale sulla sua passione per la fotografia e una breve spiegazione del suo metodo di lavoro. Il nostro primo incontro ‘reale’ si è svolto attraverso un’osservazione e uno studio, da parte mia, di lui come fotografo, da parte sua, del territorio e dello spazio intorno a lui. In Nicolas ho riconosciuto immediatamente una delle caratteristiche fondamentali del fotografo: l’inquietudine dello sguardo, quella peculiarità propria di chi guarda il mondo come se fosse un eterno assetato, assetato di oggetti, di luoghi, anche i più banali, quei luoghi o quelle porzioni di spazio reale che la gente normalmente non nota o preferisce non considerare. In lui ho individuato la caratteristica del flaneur che, vagando per le strade e per il mondo e guidato dal suo istinto, o meglio dal suo inconscio, osserva valorizzando e dando un nuovo senso agli oggetti trovati lungo il suo percorso. Una frase che può riassumere un lato del lavoro di Nicolas è scritta da Baudelaire e descrive proprio la figura del flaneur: “Tutto ciò che la grande città ha gettato via, tutto ciò che ha perso, tutto ciò che ha disprezzato, tutto ciò che ha schiacciato sotto i suoi piedi, egli lo cataloga e lo raccoglie… Egli classifica le cose e le sceglie con accortezza; egli accumula, come un avaro che custodisce un tesoro, i rifiuti che assumeranno la forma di oggetti utili o gratificanti tra le fauci della dea dell’industria”[1].

Il suo metodo di ricerca parte proprio da questa osservazione ripetuta e attenta, un lavoro che non inizia e non si conclude con il semplice atto dello scatto fotografico. Testimonianza di ciò sono le escursioni fatte di giorno nei paesini come Toffia o Fara Sabina, nelle campagne e sulle colline dei dintorni alla ricerca di luoghi, come dice lo stesso Nicolas un peu extra-ordinaires, surnaturels, individuando ruderi, antiche tombe di epoca romana, aree abbandonate o lasciate all’incuria. La seconda fase del suo lavoro si potrebbe riassumere nella parola ‘appropriazione’: dopo il vagabondaggio e la scelta dell’oggetto fotografato avviene il momento della ripresa fotografica in cui Nicolas ritorna in possesso del controllo sul mondo esterno, materializzato nella scelta dell’inquadratura e nello scatto fotografico. Questa porzione di spazio selezionata e prelevata crea un’immagine fuori dal flusso del tempo e dello spazio, rivelando a noi spettatori un lato inedito e oscuro dei luoghi.

Il carattere soprannaturale e misterioso delle immagini di Nicolas è dato in modo particolare da un tipo di tecnica che permette di realizzare fotografie notturne di soggetti illuminati con luce artificiale. Grazie all’utilizzo di un flash nikon che sua papà, da bravo fotoamatore, aveva in dotazione, di due torce ed una lunga esposizione di diversi minuti, Nicolas mette in luce (è proprio il caso di dirlo!) particolari inediti di una realtà come non l’avevamo mai vista. I suoi paesaggi, sia naturali che antropomorfizzati, portano lo spettatore a identificare un luogo come parte del mondo reale, ma, ed è qui la cosa interessante, lo portano ad una seconda lettura più attenta e riflessiva. Il percorso visivo si trasforma in percorso mentale, da esterno diventa interno, intimo. La nostra immaginazione parte per mondi lontani che fanno parte della nostra memoria e della nostra storia; i suoi soggetti si trasformano in astronavi che percorrono le galassie, ed i paesaggi in scene di un mondo percorso dall’ultimo uomo superstite. È come se le immagini di Nicolas ci volessero dire: aspetta, soffermati e guarda con attenzione. Ti ricordo qualcosa? Sono qui per ricordarti ciò che il tuo sguardo ha scelto di omettere dal mondo; riporto a nuova vita, e a nuova attenzione il mondo intorno a te divenuto, prima di questo momento, così familiare e così lontano.

La Maimya sul treppiede

La Maimya sul treppiede

Come mi aveva preventivamente accennato lo stesso Nicolas, egli non ha preferenze per l’analogico o il digitale. La lunga diatriba fatta scaturire da storici e critici non lo tocca minimamente. Entrambe le tecniche di ripresa sono un mezzo per arrivare a compiere l’idea. In effetti, in sabina Nicolas ha utilizzato entrambe riprendendo prima in digitale e, dopo aver impostato l’apertura di diaframma e memorizzato il percorso luminoso con cui ‘dipingere’ la scena, ha fatto in seguito uso dell’analogica, una Mamiya. Un solo scatto per ogni soggetto o luogo fotografato quasi a creare un’equazione che sarebbe cara a Wim Wenders[2]: un luogo – uno scatto – una tacca sul proprio cavalletto, paragonando l’atto fotografico all’atto predatorio di un cacciatore. Anche Susan Sontag parla di questo atto, riferendosi proprio alla fase di ‘appropriazione’, spiegando che l’atto fotografico ha in sé la facoltà di far proprio il soggetto fotografato restituendolo al mondo come oggetto mentale: “Fotografare significa appropriarsi della cosa che si fotografa e la macchina fotografica è uno strumento per filtrare il mondo e trasformarlo in oggetto mentale.”[3], e direi che è proprio il caso delle fotografie di Nicolas.

Nicolas vittorioso dopo la conclusione di uno scatto

Nicolas vittorioso dopo la conclusione di uno scatto

Ho accennato alla memorizzazione del percorso luminoso che Nicolas effettua con il flash e le torce figurandolo come un dipingere con la luce. Ebbene, per chi, come me, ha avuto l’opportunità di vederlo in azione diventa spettatore di un vero è proprio happening fotografico in cui, nel completo buio, Nicolas si sposta freneticamente da un punto all’altro della scena fotografata e, con in mano i suoi pennelli di luce, disegna percorsi visivi altamente suggestivi. Possiamo dunque intuire quali possano essere i suoi principali riferimenti, individuabili nella tecnica del Light Writing o meglio conosciuta come Light Painting. Sebbene questa tecnica fosse stata impiegata già molto tempo addietro da Pablo Picasso (famosa è la fotografia di Gjon Mili che ritrae il grande artista spagnolo intento a comporre un disegno con una torcia), solo negli ultimi anni dell’era digitale si è affermata a livello internazionale come nuova forma di sperimentazione. Basta navigare su internet per scoprire amanti del light painting tra semplici appassionati di fotografia e professionisti nel settore dell’immagine. In Nicolas questa passione per la luce, la sua forma ed il suo concetto, si sposa perfettamente con le idee che sono alla base del background in cui è cresciuto, mi riferisco alla cultura dei writer metropolitani, manifestazione sociale, culturale e artistica diffusa nel mondo e basata sull’espressione della propria creatività attraverso interventi sul tessuto urbano metropolitano. Non è forse molto simile il gesto del graffitaro, che dipinge con le sue bombolette muri e treni della città, con l’atto del dipingere con le torce residui della presenza umana nel mondo come fa Nicolas? Noto molte assonanze tra le due gestualità e ciò può portare a riflettere sulle eventuali rispondenze a livello linguistico.

Gjon Mili: Picasso ritratto in uno dei suoi light painting

Gjon Mili: Picasso ritratto in uno dei suoi light painting

Purtroppo ancora non ho avuto, come tutti voi, l’occasione di avere davanti gli occhi il risultato di quei giorni. Aspetterò l’inaugurazione di 20Eventi del 23 maggio per perdermi nelle fotografie esposte a Toffia. Pregusto con anticipo l’effetto, familiare e straniante, dei ritratti dei luoghi sabini sulla popolazione toffese e non!

Se qualcuno mi chiedesse quale ricordo di quei giorni ha maggiormente impresso la mia memoria, risponderei sicuramente raccontando l’ultima sera trascorsa insieme a Nicolas e Giordano, nella vecchia cappella, oggi teatro, della sede di Officina Creativa a Toffia. Pioveva a dirotto e andare fuori a fotografare risultava impossibile. Nel rullino da 120 mm della Mamiya era rimasto l’ultimo scatto, l’ultima posa che, realizzata, avrebbe permesso a Nicolas di riavvolgere il rullo senza sprechi e custodirlo come una moderna reliquia fino al suo ritorno a Liegi. Così Nicolas, da bravo creativo, ha avuto la brillante idea di suggellare i giorni passati in Sabina, l’amicizia con i ragazzi dell’associazione e la stessa sede dell’associazione, luogo virtuoso di scambio e di incontro, fotografando la cappella-teatro. Come da manuale, prima di realizzare lo scatto definitivo, ha deciso di fare delle prove con la digitale. A questo punto c’è il colpo di scena. A luci spente e con la musica del suo disco esterno in sottofondo, ha dato in mano, prima alla sottoscritta e poi a Giordano le torce per sperimentare con il light painting. Nel completo buio della piccola platea e tra un bicchiere di vino e l’altro io, Nicolas e Giordano abbiamo creato nell’ordine fiori, tornado, uomini, donne e bambini, vortici e pesci, cani e barche divertendoci come matti. Passate le due di notte, e per concludere alla grande la serata, Nicolas ha recuperato tutta la sua strumentazione realizzando l’immagine del teatro, l’immagine del suo ultimo scatto toffese.

Valentina Trisolino

> Articolo introduttivo su Nicolas Lalau


[1] Susan Sontag, Sulla fotografia, Einaudi, 1978. Orig. “On Photography”, Farrar, Straus and Giroux, New York, 1973.

[2] Wim Wenders, “Una volta”, Edizione Socrates, Roma 1993. Orig. Verlag der Autoren, Francoforte, 1993.

[3] Susan Sontag, op. cit.

May 13, 2009 Posted by | 20 eventi, Critica - Gli artisti e le loro opere | , , , , , , | 6 Comments

Nicolas Lalau_Nocturnal (in Sabina)

Lavoro fotografico svolto sotto forma di performance al crepuscolo, che metterà in grado gli abitanti di scoprire il lato oscuro dei luoghi che gli sono così familiari.

> Artist official website

Nicolas Lalau - Foto scattata nel 2008 in Polonia

Si tratta di un lavoro itinerante che, dopo aver toccato paesi della Germania e della Polonia, porta in Italia una tecnica fotografica innovativa. Il metodo inventato da Lalau si basa su una particolare illuminazione di un soggetto notturno, ed una lunga esposizione durante la quale gli abitanti saranno invitati ad assistere e a partecipare all’atto fotografico stesso, che in questo modo perde la sua istantaneità.

> Articolo di approfondimento critico sull’opera di Nicolas Lalau (V. Trisolino)

> Related article about Lichtfaktor

May 13, 2009 Posted by | 20 eventi | , , , , , | 1 Comment

Mathias Goyvaerts_Tornado

Una riflessione sull’arte

Uno dei giovani artisti che partecipa alla quarta edizione della manifestazione 20eventi-  Arte contemporanea in Sabina è Mathias Goyvaerts (classe 1988). Mathias frequenta la Konionklijke Accademie voor Schone Kunsten di Anversa. Fino ad ora si è dedicato alla scultura, creandosi una solida capacità tecnica sui materiali classici di questa disciplina. Negli ultimi tempi Mathias si è avvalso di altri mezzi meno convenzionali, come nel caso del progetto che è stato selezionato per essere realizzanel’ambito di 20eventi 2009.

Toffia location for the Tornado

Toffia location for the Tornado

L’opera del giovane artista è intitolata Tornado ed è una grande scultura site specific, alta più di cinque metri composta da acciaio e elementi di scarto provenienti – o per meglio dire, prelevati – dai luoghi dove l’opera sarà infine installata.

Project for Tornado

Project for Tornado

Il riutilizzo di oggetti che hanno fatto parte della nostra quotidianità, e di cui ci liberiamo una volta che essi hanno finito di adempiere le loro funzioni, fa parte della poetica di molti artisti – quelli storici e quelli appartenenti alla più stretta contemporaneità – ed è pratica frequente nel loro lavoro; in tale contesto Mathias Goyvaerts ha saputo declinare in una forma molto personale questo genere di attività e soprattutto ha voluto, con essa, trasmettere sensi e contenuti non banali.

Project bundel tornado 2008-2009 mallest file-16s

Fasi del progetto

Secondo le intenzioni di Mathias, il Tornado si identifica con la figura dello stesso artista: come quest’ultimo, anche la scultura prende ispirazione dall’ambiente circostante, prende a prestito e si appropria dei materiali che trova intorno a sé. L’artista, come un tornado, si impadronisce, anche in modo violento, di ciò che gli sta attorno, lo rende parte della sua struttura, lo rielabora e allo stesso tempo lascia dietro di sé i segni del suo passaggio, o comunque vorrebbe che ciò accadesse. Attraverso questo suo lavoro Mathias trasmette al pubblico un’idea piuttosto romantica della figura dell’artista creatore.

Questa sua impostazione può essere dedotta sia dai riferimenti che egli stesso indica esplicitamente, sia attraverso verifche critiche e storiche più nascoste ma altrettanto attive nel suo lavoro.

L'artista ha tratto ispirazione da...

L'artista ha tratto ispirazione da...

Tornado dispiega, infatti, una vitalità simile quella implicita nella definizione che Artaud dava dell’arte, ovvero una force de vie (forza di vita). L’arte è, nelle parole di Artaud, “una protesta conto l’insensato ipoverimento imposto alla cultura nel momento n cui qiesta viene ridotta ad un assurdo Pantheon” (p. 129). La similitudine del tempio ci permette anche  accostare il suo lavoro al concetto di rovina, della lotta fra natura e cultura. La distruzioe apportata da un tornado, infatti, fa parte di quei cataclismi che, come diceva Artaud a volte sono auspicabili per ricordarci la necassità d ritornare lla natura o, in altre parole, ritrovare la vita. Il Tornado di Mathias potrà, infatti, avere un ruolo importante nella rivitalizzazione della cultura locale, nell’atto di escolare gli elementi e riportandoli a nuova vita.

Project bundel tornado 2008-2009 mallest file-3s

Tornado

La riflessione operata dall’artista non si esaurisce con l’analisi del rapporto natura/cultura o con il riuso degli oggetti e degli elementi della cultura locale. Il giovane scultore fiammingo ha una concezione interessante del rapporto che l’arte, l’artista e l’opera dovrebbero avere con il pubblico: questi quattro soggetti dovrebbero interagire fra loro, in modo da stimolare il pensiero delle persone e permettere alle loro menti di aprirsi. Lo stesso progetto per 20eventi ne è una testimonianza. Tornado può essere infatti creato soltanto grazie all’intervento e all’aiuto degli abitanti dei paesi della Sabina, degli altri artisti e degli stessi organizzatori della manifestazione: ognuno potrà dare il suo contributo per la realizzazione dell’installazione portando materiali di ogni genere e natura, che verranno inseriti all’interno della struttura esterna in acciaio.

L’arte si indirizza così non soltanto a pochi eletti, ma si estende a tutti, anche a coloro che non hanno studi specifici alle spalle: questo è ciò che vuole dire il giovane Mathias, secondo un’idea che perfettamente si inserisce negli intenti della rassegna 20eventi.

Ersilia Rossini e Emanuele Sbardella

May 13, 2009 Posted by | 20 eventi, Critica - Gli artisti e le loro opere | , , , , , , , | Leave a comment